| Giorni difficili
Lo sguardo pedante di Reika e quella luce dentro ai suoi occhi verde smeraldo mettevano a disagio il Governatore, quella donna sembrava più assatanata del pervertito Zoy Kattov. Ma era l’unica che aveva accettato l’incarico senza porsi problemi.
- “Che Dio ce la mandi buona”, esclamò il Governatore alzando gli occhi al cielo mentre Reika usciva dalla stanza agitando tra le mani il suo manganello con fare frenetico, come se non vedesse l’ora di suonarlo in testa al suo assistito.
Reika era una di quelle femmine che di femminile hanno ben poco, a parte l’aspetto fisico e la voglia di fare sesso. Era orfana fin dalla nascita, ed anni di strada e riformatorio ne avevano forgiato un carattere duro.
Sapeva sopportare la sofferenza, conosceva il disagio della sopravvivenza, aveva vissuto tra banditi e delinquenti, era stata ripetutamente dietro le sbarre.
Poi un giorno difficile come tanti la sua vita era cambiata, aveva ucciso un uomo per difendersi: un solo colpo, dritto al centro della fronte ed il suo aggressore era stramazzato al suolo senza pensieri, lo stesso sguardo di prima perso nel vuoto. Non aveva provato un brivido, non un emozione; questo Reika aveva confessato agli uomini dell’Organizzazione che erano venuti a prenderla.
Non avrebbe passato il resto della sua vita in un carcere ad ammuffire, era la persona giusta, a loro era piaciuta all’istante la giovane ribelle: senza scrupoli, gelida, e non un fottuto bastardo che l’avrebbe compianta. Era stata sempre sola, ora aveva l’Organizzazione che si prendeva cura di lei.
Zoy era lì dentro, sul retro, dove una barriera compatta di vetro infrangibile gli consentiva appena di guardarlo nella postazione di guida, dove Reika si sarebbe seduta.
Non era diverso dagli altri bastardi che finora avevo incontrato, la barba incolta era un classico, anche i capelli piuttosto lunghi e scapigliati; un po’ le dispiaceva osservare le pesanti manette che gli tenevano legati i polsi, quelle mani avrebbero potuto fare cose molto interessanti, oltre che uccidere la gente.
Zoy! Se si era fatto fregare non doveva essere poi così terribile come uomo, i veri bastardi non cadono mai in trappola, e soprattutto non si lasciano addomesticare. Reika aveva intenzione di metterlo alla prova, per assicurarsi che fosse un vero maschio e non soltanto un disperato; ma fu lui a iniziare il discorso.
- “Questo per te è soltanto un giorno di merda lo so; dì la verità, non vedi l’ora di scaricarmi”.
Non era affatto così, e Zoy la stava deludendo; si aspettava qualche frase piccante sul suo seno pronunciato, sulle sue labbra carnose, o magari anche qualcosa di eroticamente spinto.
Si voltò verso di lui per osservarlo a lungo, tra i pantaloni in mezzo alle gambe. Non un fremito da parte sua, neanche quando Reika gli stampò le pupille tra le sue. Sosteneva il suo sguardo senza fiatare, o stava bleffando oppure gli avevano strappato l’anima; non poteva restare indifferente allo sguardo di Reika, i suoi occhi dicevano sesso ed un uomo capisce sempre quando una donna è eccitata.
- “Non me l’aspettavo che l’angelo della morte avesse i capelli biondi. Toglimi una curiosità, ce la fai ad impugnare la pistola?”
Zoy si era deciso a dire qualcosa di sensato, se come pistola intendeva la sua. Senza pronunciare parola Reika armò il cane della sua, quella di metallo, e gliela puntò dritta tra le gambe. Voleva sentire il suo bozzo rigonfiarsi.
Stavolta avrebbe ottenuto ciò che desiderava. Non c’è niente di più elettrizzante che provocare un maniaco sessuale, glielo sentiva scoppiare. Reika lo guardò più intensamente, accompagnando l’espressione del suo volto ad un lieve movimento della lingua; si stava eccitando anche lei, era già calda e bagnata.
- “Perché non vieni dietro con me? Sono sicuro che non porti le mutande, tu sei una di quelle troie che vanno in giro senza!” La istigava Zoy.
Ed era assolutamente vero, a Reika aveva sempre dato fastidio le biancheria intima probabilmente perché non si era mai abituata a portarla; fin da bambina aveva sempre lasciata libera la sua piccola cara, un po’ perché non poteva permettersela ed un po’ perché appunto aveva finito con l’odiarla. Accostò il furgone fuori dalla strada principale, soltanto lei e Zoy adesso, e le loro manie.
Era già dietro con lui e gli liberò i polsi dalle manette, non era affatto un maniaco pervertito, voleva soltanto fare del sesso, come lei. Reika completamente nuda tra le sue braccia pelose si lasciava toccare con virilità. Lui senza eccessiva cattiveria, era abile. Era bravo. Le piaceva come percorreva le curve del suo corpo. Lo lasciò entrare nel suo moto impetuoso, quasi a lasciarla senza fiato; lo stesso che andava ricercando nella sua bocca, affondando nelle sue labbra. La eccitava fare sesso con un fuorilegge, un pazzo psicopatico senza freni inibitori.
Fu mentre facevano l’amore che lui la gelò con le parole.
- “Lo vuoi sapere perché ho fatto fuori quell’agente di polizia, eh? Era un fottutissimo figlio di troia; ed anche il custode del carcere, quel dannato era venuto per farmi il culo, ed io l’ho fatto redimere per l’eternità”.
Non qui. Reika perse le staffe quando Zoy iniziò a parlarle del Governatore e della sua associazione a delinquere. Il Governatore, a detta di Zoy, era un fottuto criminale di merda. Reika era tra le sue possenti braccia, e nella morsa dei suoi discorsi, le sue maledette verità. Cazzo, era la prima volta che le capitava un uomo che parlasse così tanto.
- “Per la miseria, io cerco soltanto di fare giustizia: meriterei una medaglia, non di finire al patibolo”. Disse Zoy.
Aveva ragione lui, un’ora dopo Zoy stava dietro al furgone con la mandibola spaccata; lo aveva colpito Reika con tutta la forza che aveva ancora in corpo. Lei non l’accettava quella verità. Il Governatore era tutto ciò su cui aveva sempre creduto.
Era scesa la notte con tutto il suo carico di stelle e supposizioni; Reika aveva portato a termine la missione che l’Organizzazione le aveva affidato. L’indomani Zoy Kattov sarebbe stato giustiziato sulla sedia elettrica, come da condanna pattuita.
Era sola sulla strada del ritorno adesso, la sigaretta sulle labbra ed una confusione tangibile nella testa; l’aria densa nell’abitacolo si poteva tagliare con un coltello. A Reika erano rimasti nella mente gli occhi di Zoy.
-“Dannazione!”
Per la prima volta da quando era venuta al mondo Reika si sentiva cattiva.
Era ancora sulla strada del ritorno, ed era come se non volesse arrivare mai; tornare indietro infatti voleva dire avere chiuso il cerchio. Aveva scelto la cosa sbagliata da fare, ed ora si andava torturando; si era fermata in un locale per dare ascolto ai suoi assordanti pensieri.
Si era accesa l’ennesima sigaretta prima di entrare, poi infine si era decisa ad entrare, ordinare ed a torturarsi ancora. Zoy Kattov era come lei, della sua stessa pasta. Un po’ si sentiva di avere tradito se stessa.
- “Cazzo, ora mi prendono i rimorsi di coscienza?”
Era una fottuta bastarda, ma in quel momento si era come scordata di esserlo. Zoy aveva provato a metterla in guardia e lei non aveva ascoltato. Zoy forse le aveva contaminato l’anima. Al suo ritorno avrebbe voluto chiedere spiegazioni al Governatore Brown. Ma era la decisione giusta da prendere?
- “Cosa le porto, signorina?”
Reika rimase ad osservarlo con sguardo assente, la sua voce l’aveva disturbato; avrebbe avuto voglia di spaccare la mandibola anche a lui, ma era un posto fin troppo affollato per alzate di testa.
- “Sparisci!”
- “Non vorrei contraddirla, ma chi siede ai tavoli deve ordinare”.
Reika lo fulminò con i suoi verdi smeraldi, micidiali saette nel fioco dei neon; poi si accese un’altra sigaretta con fare nevrotico. Aveva vinto lei, aveva ottenuto il silenzio preteso, né il malcapitato aveva osato contraddirla nonostante il cartello “VIETATO FUMARE” stampato sopra la sua testa.
La finestra stava lì, dove fuori stavano brillando le stelle e sospirava una pallida luna. Una stella cadente attraversò velocemente una fetta di cielo per poi sparire nel nulla. Reika in vita sua non si era mai soffermata a contemplare quello spettacolo che aveva sempre considerato ridicolo. Ma stavolta un pensiero la sfiorò, si sentiva donna, e si sentiva fragile; anche se dall’esterno appariva il contrario. Che strano le faceva quella sensazione che le sfociò in un sospiro che lei abilmente mascherò soffiando via dalla bocca il fumo della sua sigaretta.
- “Il tempo, non ce n’è mai abbastanza”. Era una voce di maschio, e non la disturbava affatto.
-“Per fare cosa?” Rispose stavolta Reika gradevolmente dissuasa da quelle parole pronunciate con così tanta delicatezza da un tale giovane e di abito elegante, giacca blu, scarpe di pelle, capelli ordinatamente lisciati all’indietro.
-“Per soddisfare una donna”.
Essere abbordata in un locale del cazzo era l’ultima cosa che le passava per la testa. Sistemò la sigaretta nel posacenere e si soffermò sullo sguardo dell’uomo.
- “Sparisci, carogna!”..... Lo pensò soltanto. “Mi dispiace, ma non sono dell’umore adatto”.
- “Non mi permetto di insistere, ma sono sicuro che se solo riuscisse a sorridere sarebbe ancora più bella. Dannazione, ci tenevo così tanto”. Fece un cenno di saluto con la mano.
- “Un attimo!” Reika aveva pronunciato quelle due parole d’istinto abbozzando un sorriso che l’uomo non aveva visto.
- “Mi sono perso qualcosa? Ma forse capiterà di nuovo”. Disse l’uomo di spalle guardando spazientito l’orologio. “E non sentirti in colpa, non tutto il male viene per nuocere, Reika che non indossa le mutandine”.
L’aveva appena chiamata per nome, il che era strano; ma soprattutto, come cazzo faceva quel tipo a sapere che lei mal sopportava la biancheria intima?!?
- “Puttana ladra, Zoy Kattov! Come ho fatto a non riconoscerlo?”. Reika sobbalzò in piedi, lasciando cadere a terra la sedia, e si proiettò di fuori. Troppo tardi, Zoy era già svanito; e lei altro non poté fare che spaziare lo sguardo verso il firmamento per cercare qualche bagliore di lui. Squit |